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01

Il singolo dentro il gruppo

Il singolo è sempre al centro del lavoro, ma non è mai isolato.

Il gruppo è uno degli strumenti più importanti del teatro. Ci fa da specchio, ci mette in relazione con punti di vista diversi, ci sostiene e ci obbliga a uscire dalla nostra prospettiva individuale.

In un tempo in cui molta parte della nostra esperienza tende a diventare sempre più individuale, credo che il teatro abbia oggi un valore particolare proprio perché ci chiede di fare qualcosa insieme.

Ascoltare, aspettare, reagire, lasciare spazio agli altri e prendersi il proprio spazio quando serve sono azioni semplici solo in apparenza. La scena nasce proprio da questa relazione.

03

Corpo, voce e strumenti espressivi

Corpo e voce sono i primi strumenti dell’attore.

Durante il lavoro vengono affrontati progressivamente respirazione, ritmo, movimento, coordinazione, uso dello spazio, emissione vocale, articolazione e dizione.

La tecnica è importante, ma non mi interessa costruire un modello espressivo uguale per tutti. Il lavoro sul corpo serve a riconoscere tensioni, possibilità, energia e presenza. Il lavoro sulla voce permette di sviluppare respirazione, chiarezza, articolazione, volume, intenzione e consapevolezza della parola.

Questi strumenti diventano realmente utili quando entrano nella relazione con gli altri e nella scena. L’obiettivo non è rendere tutti simili, ma aiutare ogni persona a conoscere meglio ciò che possiede e ad ampliare le proprie possibilità espressive.

05

Improvvisazione e creatività

L’improvvisazione è uno degli strumenti centrali del lavoro.

Non serve soltanto a inventare storie o a essere spontanei. Serve ad allenare ascolto, reazione, immaginazione, capacità di scelta e presenza nel momento.

Attraverso l’improvvisazione si incontrano situazioni, conflitti, azioni e relazioni prima ancora di affrontarli attraverso un testo. È uno spazio in cui si può cercare senza conoscere già la risposta.

Per questo considero importanti anche il silenzio, l’attesa e perfino alcuni momenti di vuoto. Viviamo in una quotidianità piena di stimoli e spesso sentiamo la necessità di riempire immediatamente ogni spazio. Nel lavoro creativo, invece, fermarsi, osservare e non sapere subito cosa fare può permettere all’immaginazione di trovare una strada nuova.

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Il testo e la cultura teatrale

L’improvvisazione non sostituisce il testo.

Il teatro è anche una storia, una lingua e una cultura che considero fondamentale conoscere.

Durante il percorso si incontrano testi classici e contemporanei perché confrontarsi con i grandi autori significa entrare in relazione con personaggi, linguaggi e domande che continuano a parlare al presente.

Il testo arriva però dopo una prima fase di ricerca, quando l’allievo possiede già strumenti con cui attraversarlo. Non deve diventare qualcosa da recitare dall’esterno, ma materiale vivo da comprendere, mettere in relazione con sé e trasformare in azione scenica.

La didattica

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Il teatro come ricerca, ascolto e relazione

La mia didattica non nasce da un unico metodo.

Nel corso degli anni ho incontrato scuole, maestri e linguaggi molto diversi: il lavoro dell’attore sul testo, la Commedia dell’Arte, il clown, il teatro fisico, la biomeccanica di Mejerchol’d, l’improvvisazione e, successivamente, la recitazione cinematografica e il lavoro davanti alla macchina da presa. Credo in un percorso capace di adattarsi alle persone, alle età, ai gruppi e ai diversi momenti del lavoro. Il talento può essere un punto di partenza. Il processo è ciò che mi interessa davvero.

02

Uno spazio senza giudizio

Per potersi esprimere davvero bisogna prima sentirsi liberi di provare.

Una parte fondamentale del lavoro consiste quindi nel creare un ambiente in cui il giudizio possa progressivamente perdere forza. Quando diminuisce la paura di sbagliare, cambia anche il modo in cui si affronta un esercizio: si rischia di più, si ascolta meglio, si cercano soluzioni meno prevedibili e spesso emergono possibilità che non pensavamo di avere.

04

Ascolto e presenza

Ascoltare è una delle azioni più semplici e più difficili.

In scena non significa soltanto sentire ciò che l’altro sta dicendo. Significa permettere che quello che accade davanti a noi modifichi realmente il nostro comportamento.

Non preparare in anticipo la risposta. Non aspettare semplicemente il proprio turno per parlare. Essere disponibili a ciò che accade.

L’ascolto è alla base della relazione e, per me, anche della presenza scenica. Più impariamo ad ascoltare, meno abbiamo bisogno di “mostrare” qualcosa.

06

Personaggio e scena

Il lavoro sul personaggio non parte necessariamente dal testo.

Prima di chiedersi “come devo interpretarlo?”, cerchiamo di capire cosa vuole, cosa fa, cosa incontra, come reagisce e quale relazione costruisce con gli altri.

Attraverso improvvisazioni, azioni, obiettivi, ostacoli e situazioni, il personaggio comincia progressivamente a prendere forma. Questo permette all’allievo di non partire da un’idea astratta o da un modo prestabilito di recitare, ma da qualcosa che ha prima sperimentato.

Da qui il lavoro entra progressivamente nella costruzione della scena.

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Un lavoro diverso per ogni età

La didattica cambia profondamente a seconda dell’età.

Bambini
Con i bambini il gioco ha bisogno di regole. Una struttura semplice permette di creare uno spazio comune dentro il quale immaginazione e libertà possano svilupparsi senza trasformarsi in dispersione.

Adolescenti
Con gli adolescenti il lavoro assume un altro valore. È un’età piena di energia, domande e possibilità espressive. Il teatro può aiutare a canalizzare questa forza attraverso corpo, voce, improvvisazione e scena, offrendo nello stesso tempo un gruppo in cui confrontarsi, cercare una propria voce e costruire qualcosa insieme.

Adulti
Con gli adulti, invece, spesso il lavoro procede nella direzione opposta: togliere progressivamente rigidità, controllo e paura del giudizio per recuperare disponibilità, curiosità e capacità di giocare.

Gli strumenti possono essere simili. La strada per arrivarci cambia.

L’errore come parte del processo

Un mio maestro diceva che quando un allievo faceva perfettamente un esercizio il gruppo poteva anche fischiarlo; quando invece sbagliava, meritava un grande applauso.

Questa immagine mi accompagna ancora oggi.

Nel teatro l’errore non è un fallimento. È materiale di lavoro. Può diventare una deviazione, una scoperta o l’inizio di qualcosa che non avremmo trovato cercando soltanto di fare tutto “bene”.

Il processo


Una persona può arrivare con una grande facilità espressiva. Un’altra con timidezza, rigidità, paura di esporsi o difficoltà a utilizzare corpo e voce. Non considero queste differenze un problema. Sono semplicemente punti di partenza differenti.

Il lavoro consiste nell’accompagnare ogni persona a riconoscere ciò che già possiede, acquisire nuovi strumenti e scoprire possibilità che inizialmente non immaginava.

Lo spettacolo finale è importante, ma non è l’unica misura del lavoro. Il teatro che mi interessa comincia molto prima del palcoscenico: comincia quando smettiamo di preoccuparci di fare tutto bene e iniziamo davvero a cercare.

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